QUALCOSA DI ME

Sono nato in un quartiere di povera gente, nella periferia sud est di Roma. Più che un quartiere aveva l’aspetto di un minuscolo paese attraversato da una strada principale, intersecata a sua volta da vicoli e stradine che finivano nella campagna circostante  Di fronte casa c’era l’osteria del padre di Franco Festucci, mitico campione dei pesi medi. Lui aveva sposato l’attrice Franca Marzi e quando veniva con la moglie a a far visita alla famiglia sembrava un giorno di festa.

mio padre e mia madre
 

Un ragazzino corre verso un campo di trifogli, percorrendo sentieri di terra battuta, solcati da rigagnoli d’acqua. Lui osserva attentamente ogni particolare di quei fiumiciattoli e immagina isole, sponde di sabbia e di roccia. Rotola sassi nell’acqua, costruisce dighe come i castori. Intorno case basse, pervase dall’odore della povertà, baracche con i cortiletti lastricati di piastrelle disuguali e ingressi bui, incastrati tra mura spruzzate di calce. L’ultimo sentiero costeggia un canneto e finisce in un prato, immenso fino alla ferrovia. Lui ci trascorre le ore ad attendere i treni, a sognare di attraversare il canneto, anche se glielo hanno proibito, anche se ha un po’ paura. Finalmente un tardo pomeriggio ancora tiepido tenta l’impresa. Si sente graffiare le gambe dall’intrigo delle piante basse e avverte scorrere il sangue sulle caviglie scoperte, il suo sangue. Quando finalmente arriva dall’altra parte vede solo una lunga strada, fian­cheggiata da schiere di edifici tutti uguali e da filari di alti lampioni con la testa piegata.

 

C'è una canzone di Fabrizio de André che racconta bene la storia della mia generazione, o meglio la storia di quel frammento di generazione di cui sono stato parte.

 

Coda di Lupo

 

Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto 

correvo dietro ai cani 

e da marzo a febbraio mio nonno vegliava 

sulla corrente di cavalli e di buoi 

sui fatti miei e sui fatti tuoi 

e al dio degli inglesi non credere mai.


Il dio degli inglesi rappresenta i valori della classe borghese. Fabrizio de André descrive il fascino esercitato da quei valori sulla classe operaia e l'innamoramento dei poveri e dei semplici per i valori della borghesia. Il nonno è il simbolo di questa classe e del sogno di un mondo diverso che poteva essere e non è mai stato.



E quando avevo duecento lune e forse

qualcuna è di troppo

rubai il primo cavallo e mi fecero uomo

cambiai il mio nome in Coda di Lupo

cambiai il mio pony con un cavallo muto

e al loro dio perdente non credere mai.



Il dio perdente rappresenta l'illusione della classe operaia di poter accedere ai privilegi borghesi. Siamo negli anni ’50. Accanto ai giovani che accettano l’impiego da ragioniere ci sono anche quelli che si ribellano.

 

E fu nella lunga notte della stella con la coda

che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa

crocifisso con forchette che si usano a cena

era sporco e pulito di sangue e di crema

e al loro dio goloso non credere mai


Il dio goloso è il Partito della classe operaia (PCI). Siamo negli anni ’60, durante le rivolte operaie contro il governo Tambroni. Nonostante le grandi mobilitazioni popolari non ci saranno cambiamenti sostanziali e il “nonno” finirà divorato. 

 
E forse avevo diciott'anni e non puzzavo più di serpente

possedevo una spranga un cappello e una fionda

e una notte di gala con un sasso a punta

uccisi uno smoking e glielo rubai

e al dio della Scala non credere mai.

 

Il dio della Scala si riferisce ad uno dei primi episodi della contestazione giovanile del ’68. Le uova marce cadono sugli smoking della borghesia milanese alla prima della Scala. Una nuova generazione, più disincantata, ma anche più radicale, si affaccia sulla storia. 

 

Poi tornammo in Brianza per l'apertura

della caccia al bisonte

ci fecero l'esame dell'alito e delle urine

ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso

“Per la caccia al bisonte” - disse - “il numero è chiuso”

e a un dio a lieto fine non credere mai.

 

Il dio a lieto fine rappresenta ironicamente l’esito disastroso ed inconcludente di un decennio (gli anni '70) di lotte studentesche. La risposta della politica alle istanze di cambiamento manifestate dai movimenti di protesta giovanili si riduce all'indifferenza o alla repressione. C'è anche nella sinistra storica una diffusa incapacità di comprendere. La risposta della politica è il numero chiuso nelle Università. 

 

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma

a Little Big Horn

 capelli corti generale ci parlò all'Università

dei fratelli tute blu che seppellirono le asce

ma non fumammo con lui non era venuto in pace

e a un dio fatti il culo non credere mai.

 

Il dio fatti il culo è - nell'immaginario poetico di De André - il sindacato, in particolare la CGIL. Siamo nel 1977, di fronte ad un movimento di protesta fortemente diffuso e radicato nelle scuole e nelle università italiane, l’Unità scrive che solo poche decine di “provocatori” occupano La Sapienza di Roma e Luciano Lama non trova niente di meglio che entrarci dentro per fare un comizio.
Gli eventi di quel giorno Fabrizio li descrive solo con qualche verso. E non potrebbe essere diversamente trattandosi di una canzone.
Nel clima umido di una mattina invernale il servizio d’ordine del PCI e il palco di Lama vennero spazzati via da una rabbiosa carica di appartenenti al variegato arcipelago dell'autonomia.
Io li chiamavo i "guerrieri della terra di mezzo", perché molti di loro stavano sospesi tra il "movimento" e il fascino esercitato dalle organizzazioni clandestine che avevano fatto la scelta della lotta armata.
Tuttavia la carica dei guerrieri della terra di mezzo coinvolse tanti ragazzi che non appartenevano all'autonomia, ma che consideravano il comizio di Lama un tentativo di normalizzare il movimento di protesta. Il sangue sul volto dei tanti che parteciparono agli scontri sancì l'inizio della fine per i "sogni" di cambiamento di un consistente frammento di generazione. 

 

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo

che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo

che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa

che ho imparato a pescare con le bombe a mano

che mi hanno scolpito in lacrime sull'arco di Traiano

con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia

ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria

e a un dio senza fiato non credere mai.

 

Il dio senza fiato rappresenta la fine del movimento del ‘77. La lotta armata e l'eroina distruggono la vita di tanti ragazzi. Quello che resta si disperde in poco tempo, quasi senza lasciare tracce: il ritorno al “privato”, la risposta individuale al quotidiano, l’arte come territorio separato e i pochi disperati, persi in una tragica follia omicida, che alzano il tiro e iniziano a sparare, solo per uccidere a "casaccio".

 

 

 

 


Ho avuto tanti maestri di vita.

Mio padre innanzi tutto. Uomo semplice. Partito ragazzo per la guerra, poi “reduce” dai campi di Grecia ed’Africa, infine prigioniero a Norimberga. Tornato in Italia nel 1946, ha incontrato mia madre, l’ha sposata e ha vissuto la sua vita al meglio delle possibilità che aveva, senza mai dimenticare l’importanza della libertà. Se n’è andato contento di essere stato un comunista.

Poi Andrea Santoro, morto a Trebzon in Turchia, ammazzato mentre pregava in ginocchio di fronte l’altare, solo perché era un prete cattolico. Siamo stati amici. Mi ha insegnato il senso profondo della solidarietà standomi vicino quando ne ho avuto bisogno, senza chiedere nulla in cambio.

Poi Carola Fornasini, la mia “prof” di storia e filosofia al liceo. Lei mi ha fatto capire quanto le affinità contino più delle differenze.

E ancora Lucio Colletti. Le sue lezioni su Kant, Hegel e Marx hanno formato il mio pensare acerbo e le chiacchierate fatte, mentre lui spezzava le sigarette a metà per avere l’illusione di fumare di meno, sono state intense di conoscenza.

E Aldo Rosselli. Il tempo trascorso nella sua casa affacciata su piazza in Priscinula mi ha riconciliato con la “scrittura”, con la voglia di “raccontare storie”. Ricordo a sua infinita libreria con i piani curvati dal peso dei volumi e i divani con la stoffa consunta dove, assieme agli altri che lo frequentavano, abbiamo trascorso pomeriggi e sere a bere vino, a parlare di romanzi e di vita.

Tanti altri sono coloro che dovrei ricordare. Alcuni, quelli che i più chiamerebbero “cattivi maestri”, hanno pure lasciato segni profondi ed indelebili. Vite che hanno sfiorato la mia. Ma sarebbe solo un elenco. Così come lo sarebbe quello dei poeti e degli scrittori che hanno illuminato il mio mondo. Roberto Bolano, Italo Calvino, Albert Camus, James Joyce, Federico Garcia Lorca, Herman Melville, Henry Miller, Pablo Neruda, Pier Paolo Pasolini, Fernando Pessoa, Manuel Puig e Osvaldo Soriano (ma è un elenco incompleto).

Infine ci sono tutti quelli con i quali ho condiviso fantasie e sogni. Alcuni, pochi, non se ne sono mai andati, altri li ho persi e ritrovati, i più sono chissà dove. Anche se non mi ricapiterà di incontrarli, resteranno comunque presenze vive nella memoria e nel  cuore. A loro devo la sensazione di aver vissuto tante vite.

Come accade nel finale del film Sapore di mare io sono quello che poi ha fatto il giornalista.