I LIBRI

I campi di maggio

Ecco cosa racconto ne "I campi di maggio":

Maggio 1975: Silvana, ventun anni, viene ritrovata morta, in un campo nell’estrema periferia di Roma, con un colpo di pistola al cuore.
Giugno 1975: Andrea, vent’anni, viene rinvenuto decapitato lungo i binari di una ferrovia in Francia.
Novembre 1975: Pier Paolo Pasolini viene massacrato all’Idroscalo di Ostia.
Cos’hanno in comune queste morti?
Antonio Delle Piane, studente romano, conosce Silvana, conosce Andrea, e frequenta un ragazzo che dice di sapere cos’è successo a Pasolini. La sua giovinezza, gli amori, gli incontri, attraversano le nebbie grigie degli anni di piombo, insieme alla voglia di vivere e alle grandi speranze della sua generazione. 
Sui fondali l’esecuzione del Poeta, il festival di Parco Lambro, la cacciata di Lama dall’Università, l’uccisione di Giorgiana Masi, la Berlino gelida che fa da sfondo alla parabola tragica della Baader Meinhof, la Parigi indifferente delle banlieue dove hanno trovato rifugio i terroristi italiani in fuga.
Quarant’anni dopo, con l’esperienza del suo mestiere di giornalista, Antonio decide di rompere il silenzio. Sulle tracce dei fantasmi dei due ragazzi, si addentra in un viaggio disincantato nelle zone torbide di quel periodo ormai lontano. Scoprirà verità parziali e dolorose nei documenti che esistono, si imbatterà in cancellazioni e distruzioni colpevoli, incontrerà i sopravvissuti cercando di illuminare le loro verità indicibili. Con le scoperte sulla sua storia personale, Antonio cambierà anche il nostro modo di guardare a quegli anni.

Preferirei di no. La rivendicazione della politica

Italo Calvino lavorò sulle Lezioni Americane (Six Memos for the Next Millenium) tra il 1984 e il 1985, ovvero fino a poco prima della morte. Le sei lezioni, destinate alle Norton Lectures, presso l’università di Harvard, sono dedicate ad “alcuni valori o qualità o specificità della letteratura”.
Dell’ultima lezione, quella dedicata alla Coerenza, è rimasto solo il titolo. Sappiamo però che Calvino si sarebbe ispirato al racconto di Herman Melville: Bartleby lo scrivano...

Partendo da questa "intenzione" ho riletto Bartleby lo scrivano, ho rivisitato i vari saggi critici sull'opera di Melville e ho scritto Preferirei di no.

"Può "Bartleby lo scrivano", un racconto scritto da Herman Melville nel 1853, essere utile a rifondare la politica? A mio avviso quel Preferirei di no (I would prefer not to) pronunciato caparbiamente dal protagonista del racconto, riletto ai giorni nostri, ha una potenza incredibile, capace di aprire una nuova stagione della politica".

"Gli italiani non amano la politica perché la politica italiana non si può amare. I suoi riti stanchi, distanti dai bisogni reali della gente, indifferenti alle necessità di trasformazione del Paese, incapaci di coglierne gli umori, sono il sintomo di una prassi che persegue interessi di “parte”, piuttosto che il bene comune. Senza la prospettiva del bene comune la politica si svuota di significati e perde capacità di attrazione ed efficacia. Come potrebbe un giovane, che getta lo sguardo per la prima volta sulla politica, sentirsi coinvolto dai mille bizantinismi, dal linguaggio stereotipato, dalla quotidiana rappresentazione del nulla, dal gioco delle parti di individui preoccupati troppo dalla propria sopravvivenza e troppo poco degli elettori?"

A queste e ad altre domande, il libro cerca di rispondere.

"Il Preferirei di no (I would prefer not to) pronunciato caparbiamente dal protagonista del racconto, non rappresenta la politica figlia delle ideologie e nemmeno l’antipolitica, o la non politica. Barltleby non si pone fuori dalla politica, ma ne apre una nuova stagione".

   

 

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Passaggi

Una giovane regista, uno scrittore che ha pubblicato un unico romanzo e un'attrice: questi i personaggi di "Passaggi". La storia si sviluppa attraverso l'intreccio di tre monologhi e l'evocazione di una miriade di voci. Una misteriosa villa abbandonata, una morbosa attrazione, un film improbabile e l'ansia di vivere senza certezze, senza punti di riferimento: i tre personaggi, ma anche le figure di contorno, si muovono come smarrite, vivono storie confuse e incapaci di proiettarsi nel futuro. A un tratto, pero...

Ho scritto questo romanzo ascoltando a ripetizione This Wheel's on Fire di Bob Dylan. Anche Giorgio Messori l’aveva ascoltata fino all’esaurimento mentre scriveva alcuni racconti de L’ultimo buco nell’acqua. “La voce di Dylan – mi aveva detto – sembra quella di un uomo insonne da almeno un paio di notti, ma ero certo che solo perché insonne riusciva a cantare!” In fondo scrive solo chi sceglie di restare sveglio fino allo sfinimento, sveglio quando gli altri vogliono andare a dormire.

Ho scritto questo romanzo per tutte le parole contagiose, scambiate e abbandonate, restate là sospese, per l’ansia di andare oltre, per dimenticare quelle pronunciate inutilmente, per continuare a correre.
All’epoca dell’incontro a Parma la casa editrice era già nata, così come il progetto editoriale. Io mi aggregai buon ultimo, grazie alla disponibilità dei fondatori, ed ebbi la possibilità di seguirne per un po’ la splendida avventura.

Viaggio in seconda classe fino a Bologna. Mezz’ora di attesa per la coincidenza: il tempo di dare un’occhiata alla sala d'aspetto e di prendere un caffè. Poi sull’espresso per Milano e finalmente la stazione di Parma.

Viaggio solitario, da Roma a Bologna, in uno scompartimento chiuso. Avvertivo ammassi di solitudine senza sospettare che potessero appartenermi. Atmosfera surreale interrotta dai passaggi ripetuti del controllore. Dopo aver vidimato il biglietto si era limitato a sbirciare dal vetro della porta scorrevole per poi continuare a risalire il vagone, forse l’intero convoglio. L’avevo immaginato allontanarsi, fino a raggiungere la motrice. Parlare e ridere con i macchinisti, mentre il treno piombava nell’oscurità di una lunga galleria e svaniva nel nulla. Guardavo scorrere i paesaggi rapidi per rassicurarmi, mentre cercavo di leggere L’opera al nero di Marguerite Yourcenar senza riuscire a perdermi nella storia. Piuttosto riflettevo su una frase del protagonista, Zenone, medico, alchimista, filosofo. Destino segnato fin dalle prime pagine. “Ho vent’anni. Nel migliore dei casi, ho davanti a me cinquant’anni di studi prima che questo cranio si tramuti in teschio. Seguite pure le vostre chimere e i vostri eroi da Plutarco, fratelli! Per me si tratta di esser più che un uomo”.
Io avevo già ventotto anni e su quel treno in corsa non riuscivo proprio a capire cosa potesse significare essere più che un uomo. 
Era il 15 aprile 1983, i miei eroi erano quasi tutti morti e quelli sopravvissuti erano fuggiti chissà dove, oppure marcivano nelle patrie galere. Era una tiepida mattina, avevo una piccola valigia con un cambio di biancheria intima e una camicia ben piegata, infilata in una busta di plastica, un pacchetto di Camel quasi terminato, uno Zippo, poche decine di migliaia di lire, un biglietto di andata e ritorno e le bozze di Passaggi. L’ultima stesura pronta per la stampa di un romanzo scritto e riscritto da almeno tre anni.

Come al solito ero arrivato tardi! Gli anni, di carne e di piombo, erano rimasti oltre la settima decade del secolo breve. Una cometa di fuoco aveva lambito l’oscurità senza riuscire ad illuminarla e poi aveva continuato la corsa suicida verso il sole. Smarrito nella notte interminabile a rincorrere esili figure, ostinato a scorrere ritualità desuete, oppresso da troppi gesti inutili, annoiato da carezze vane e baci come conchiglie abbandonate dalla risacca, avevo perso l’inizio della storia: Carlo Bordini, Giorgio Messori e Beppe Sebaste avevano avuto l’idea di fondare una casa editrice indipendente per andare a caccia di nuovi indizi.

“(Ho pensato a Burton che aveva domandato dei segnali). Ammettiamo che si tratti di paranoia: ma come distinguerla da quella sensibilità, acuita dalla storia, che va a caccia dei nuovi indizi?” [Bernward Vesper, Il Viaggio].
Si chiamava Aelia Laelia e come indirizzo aveva una casella postale di Reggio Emilia. Si chiamava Aelia Laelia, come il misterioso nome ritrovato sulla “Pietra di Bologna”. “Né uomo ne donna, né androgino né bambina, né giovane, né vecchia, né casta, né meretrice, né pudica ma tutto questo insieme”.
Racconti brevi, romanzi, saggi, appunti, poesie, fiabe e poemi. Un’anomalia editoriale. Una linea necessariamente spezzata. Un progetto in progress. Un discorso letterario aperto a percorsi di scrittura insoliti, al di là di forme e generi stabiliti. Tutto questo insieme era Aelia Laelia.
“Nel contesto di una crisi che da una parte investe la catena editore – libraio – lettore, e dall’altra concerne la miseria dei modelli tradizionali e delle committenze dell’industria editoriale, Aelia Laelia pubblicherà e diffonderà nuovi testi letterari, libri felici, nati cioè liberamente nella sollecitazione degli eventi di cui (di chi) vive la letteratura”. [dalla brochure di presentazione della casa editrice]
Alla stazione di Parma c’era Daniela Rossi ad aspettarmi. Insieme attendemmo Giorgio Messori in arrivo su un treno locale, di poco successivo al mio, proveniente da Reggio Emilia.
“Penso che scrivere dei racconti sia un po’ come fare delle canzoni, avvertire lo stesso spazio. I motivi possono essere tanti. Qualche giorno fa’ ad esempio, andando ad un incontro a Parma con Beppe e Igor per discutere assieme il modo di presentare L’ultimo buco nell’acqua e Passaggi, mi sono trovato di fronte in uno scompartimento del treno, una ragazza piuttosto bella. Sedendomi l’ho guardata, ma contemporaneamente mi sono accorto che la ragazza aveva notato che io l’avevo osservata, e così si è allacciata un golfino che portava sopra una maglietta bianca, di quelle che s’indossano direttamente a contatto della pelle. Il gesto era tipico di atmosfere che si creano nello scompartimento di un treno. Mi è anche venuto in mente che esisteva una parola, che ero convinto di conoscere senza riuscire a trovarla, che si riferiva esattamente a quel tipo di maglietta bianca. Per tutto il viaggio ho cercato quella parola. Avrei voluto scrivere un racconto partendo da quel gesto, ma mi sentivo bloccato. Poi ho pensato che potevo scrivere anche se non trovavo, o mancava una parola”. [Giorgio Messori, dalla brochure di presentazione de L’ultimo buco nell’acqua]
Beppe Sebaste ci aspettava a casa di Daniela.
Daniela Rossi a quell’epoca scriveva, organizzava, ma soprattutto supportava le iniziative editoriali di Aelia Laelia come meglio poteva. Era il punto di riferimento concreto, rassicurante, dell’impresa. Viveva a Parma, in una bella casa con salotto di poltroncine imbottite di raso a motivi floreali, seggiole di foggia ottocentesca con lo schienale e la seduta in pelle e tante bambole poggiate un po’ ovunque. Tra il corridoio ed il salone una libreria zeppa di libri. Una grande cucina, le camere da letto, i pavimenti con le mattonelle grigie puntinate e quelle colorate a formare cornici geometriche lungo i bordi delle stanze.


Parlammo tanto.
Le poesie di Amelia Rosselli, Appunti sparsi e persi, che sarebbero uscite dopo il mio Passaggi e L’ultimo buco nell’acqua di Messori e Sebaste, erano splendide. Il loro essere disperse, non legate ad alcun progetto specifico le rendeva struggenti: pezzi unici, gioielli senza tempo, lacrime mai completamente asciugate. Pericolo, il poema di Carlo Bordini, era bruciante. Una lunga confessione atroce e dolcissima, narrata ad alta voce, ma anche appena sussurrata. Una riflessione, oltre il tempo, sul destino, sulla precarietà, sull’attesa, sulle illusioni, sui sogni, sui gesti quotidiani. Un flusso ininterrotto di meraviglia per lo scivolare della vita, per l’assenza improvvisa di chi pensavamo potesse restarci accanto, accompagnarci, aiutarci. “Se Carlo Bordini fosse americano, o qualcosa del genere, i suoi libri sarebbero, ne sono certo, dei libri di culto. Ma siamo in Italia”. [Beppe Sebaste, scrivendo di Carlo]
Quello di cui discutemmo è rimasto in due fogli battuti a macchina da Daniela Rossi. Li ho conservati. Segnali di vita ancora accesi, anche dopo quasi trent’anni.


Carlo Bordini non c’era. Aveva una sessione d’esami all’università. Era assistente alla cattedra di Storia Moderna alla Sapienza. Carlo non c’era, ma era come se ci fosse. La scheda di Passaggi aveva voluto scriverla lui. Me l’aveva data per farla leggere agli altri.

“Conosco Igor da molti anni, e conosco l’iter di Passaggi. Igor sta scrivendo un romanzo da quando lo conosco, decine di stesure successive fino a Passaggi, che è anch’esso una stesura provvisoria, una tappa destinata ad essere superata da quello che verrà, da altre scritture. Dopo i primi tentativi sospesi tra l’espressione esistenziale appena tratteggiata e la crudezza del reale, Igor è riuscito a fondere questi elementi in una sintesi che a me piacque molto. Era una storia d’amore bruciante sul cui sfondo c’era la realtà lacerata del mondo giovanile degli anni ’70, tratteggiata a volte con toni surrealistici, a volte con toni attualistici che non erano mai cronaca, mai ideologia, ma toccavano profondamente. Era uno splendido romanzo giovanile, ma ad Igor non bastò. Voleva superare quella tappa, bruciarla. Per un periodo scomparve dalla circolazione per poi riemergere con Passaggi. “Ho cercato di eliminare tutto quello che è autobiografico”, mi disse prima che io lo leggessi. (…) La scelta di Igor Patruno, la scelta della violenta soppressione dell’autobiografismo è stato il suo modo di operare il superamento, di abbandonare lo scrittore trasformato dalla società di massa in una categoria inflazionata, burocratica, esecutiva, culturalmente degradata. Non potendo più muovere i fili della Storia i giovani intellettuali si sono spesso rifugiati nella cronaca, nell’autobiografia. Igor Patruno ha intrecciato una serie di “passaggi”, di stati d’animo, di sconnessi detriti di una vicenda intima e di una realtà storica terrorizzante. Un insieme di pagine bellissime, con un linguaggio assai denso, capaci di incantare e commuovere. Tuttavia Igor, nella stesura di Passaggi, ha scelto deliberatamente di sopprimere la storia, la sua e quella della sua generazione. La Storia si riaffaccia solo sul finale, per poi essere definitivamente cancellata dall’ultimo monologo. (…) La nostra generazione non ha avuto il suo Werther. Il Werther si può scrivere solo una volta, e solo da giovani. In questo senso Passaggi è una splendida rinuncia. Ed io ho fatto – a suo tempo – una rinuncia analoga”.

“Che fine ha fatto il romanzo che piacque tanto a Carlo Bordini?”, mi chiese Giorgio Messori.
“Non lo so!”, gli risposi. “Forse l’ho distrutto, forse l’ho perso”.
Capì che non avevo voglia di parlarne e non insistette. Almeno quel pomeriggio.

La sera andammo a cena alla trattoria Benecchi. Ventiseimilatrecentolire in tre, caffè compreso. Ridemmo contenti della sfida lanciata alla noia del mondo. Passai la notte sul pavimento del corridoio, accanto alla libreria, dove Daniela aveva attrezzato per me un letto improvvisato con un materasso ed un sacco a pelo. La mattina andammo a far colazione alla Cittadella e poi attraversammo a piedi il Parco Ducale.

Beppe continuava a parlare di Peter Bichsel. “Ha senso continuare a scrivere, perché continuando a scrivere diventano narrabili altre vite”.
Sul treno del ritorno Giorgio Messori mi chiese ancora del romanzo perduto. Non ricordo cosa gli dissi. Ricordo invece che poco prima della stazione di Reggio Emilia mi disse: “Se davvero l’hai perso, allora volevi liberartene e va bene così”. Si alzò e scese. 
Io ero già altrove quando Aelia Laelia diede alle stampe Non sempre ricordano di Patrizia Vicinelli. Era il 1985.

Dalle tavole di liscia roccia vulcanica
nero a picco e raramente grigio metallico
rimbomba agli occhi dal sole
facendosi largo nel senso blu dell’aria
a picco sulla voragine seduti in scacchi
di giardini ricavati, tutta gente con
qualcosa da contemplare, qualcuno da
allontanare, indifferenti all’abisso
non passano che rare le navi e l’ultimo
punto di osservazione dell’orizzonte
fa spazientire la vista, che si confonde.
Al porto discendere la notte
attraverso la casbah la medina
l’odore di montone e di carne selvatica
dentro gli stretti vicoli spugnosi
era nel suo respiro ormai [Patrizia Vicinelli]

 

Via Poma. La ragazza con l’ombrellino rosa

“Orrendo delitto nel centro di Roma. Una donna di 21 anni, Simonetta Cesaroni è stata violentata e uccisa nell’ufficio dove lavorava in via Carlo Poma nel centrale rione Prati. Il corpo è stato ritrovato dalla sorella della vittima”. 

Così l’8 agosto il TG1 diffonde la notizia, così il delitto di via Poma entra nell’immaginario degli italiani.

Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni? Dopo 25 anni di inutili indagini e un lungo processo giunto fino al giudizio della Cassazione non è emersa alcuna certezza giudiziaria.

Via Poma. La ragazza con l’ombrellino rosa, racconta un delitto divenuto tristemente noto come l’omicidio di via Poma. Ho scelto questo titolo perché il 7 agosto del 1990 a Roma aveva piovuto nella mattinata e Simonetta Cesaroni era uscita di casa con un ombrellino color rosa fucsia.

Il libro ripercorre le varie fasi dell’inchiesta e del processo e ne rilegge aspetti poco chiari e sottovalutati. Ricostruisce con precisione gli eventi accaduti il 7 agosto 1990 in via Poma per poi mettere in fila tutto quello che è successo nel corso di vent’anni intorno all’esistenza interrotta della ragazza mora in costume bianco la cui foto, scattata su una spiaggia di Passo Scuro l’estate precedente alla morte è ormai divenuta una icona.

Via Poma, La ragazza con l’ombrellino rosa esce, in prima edizione, nel maggio del 2010. Per la distribuzione capillare nelle librerie ci vuole un po’ di tempo. Edizioni Ponte Sisto, piccolo editore romano indipendente, si sobbarca l'onere di promuoverlo. Finalmente a luglio arrivano i primi risultati delle vendite: il libro registra un successo editoriale molto superiore alle aspettative e le librerie ne richiedono altre copie. Il libro a settembre viene ristampato perché ormai è andato esaurito. Le vendite online salgono con un ritmo costante. 

Tantissime le recensioni . Le interviste radiofoniche e televisive non si contano. Ancora nell’estate del 2014 vengo chiamato da Chi l’ha visto? per una lunghissima intervista. fatta da Giuseppe Pizzo, su alcune piste alternative rimaste inesplorate.

 

Via Poma. La ragazza con l’ombrellino rosa - igor patrunoCorriere della Sera (5 Luglio 2010)